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36 ore sott’acqua a 12°C: l’incredibile record di Mazlum Kibar

Restare immersi per 36 ore consecutive in acque gelide non è solo un’impresa sportiva, ma un test estremo di sopravvivenza. Scopriamo come il subacqueo turco Mazlum Kibar ha gestito freddo, idratazione e resilienza mentale a 7 metri di profondità.

Un’impresa ai limiti della fisiologia

Trascorrere pochi minuti in acqua fredda è fastidioso; passarvi ore può diventare pericoloso. Ma restare immersi per 36 ore consecutive in condizioni di freddo intenso spinge il corpo umano oltre i limiti dell’endurance. È quanto ha appena realizzato il subacqueo turco Mazlum Kibar nelle acque di Gallipoli, in Turchia.

Secondo quanto riportato dalle testate locali, Kibar ha completato un’immersione di 36 ore e 9 minuti in acque con una temperatura di circa 12°C. L’operazione, monitorata ufficialmente per un tentativo di record mondiale, si è svolta a una profondità di circa sette metri in occasione di un evento commemorativo nazionale. Non si è trattato di una normale escursione subacquea, ma di una vera e propria operazione di resistenza controllata.

La sfida termica e il monitoraggio medico

Rimanere sott’acqua per un periodo così lungo non è solo una questione di scorte di gas respirabile. La vera sfida riguarda la gestione della temperatura corporea, della fatica, dell’idratazione e della tenuta psicologica. L’acqua a 12°C è il fattore determinante: anche con una protezione termica adeguata, l’esposizione prolungata causa una perdita progressiva di calore, che nel tempo porta a un declino delle capacità cognitive e della coordinazione motoria.

Nel caso di Kibar, l’immersione è stata gestita meticolosamente. Un team di supporto medico ha monitorato costantemente i suoi parametri vitali e la comunicazione con la superficie è rimasta attiva per tutta la durata del test. La scelta di rimanere a bassa profondità è stata strategica per ridurre la complessità della decompressione, ma non ha diminuito lo sforzo fisico estremo richiesto dal freddo costante.

Resistenza, non esplorazione

Ciò che rende questa storia significativa non è solo il dato numerico, ma ciò che rappresenta. Non è stata un’escursione tra reef o relitti, ma una prova di resistenza pura. Kibar ha dovuto gestire il proprio corpo e il proprio respiro sotto osservazione costante, dove ogni ora aggiunta aumentava lo stress sistemico. A differenza delle sfide di durata sulla terraferma, l’ambiente subacqueo elimina ogni margine di errore: un malore o un cedimento improvviso richiedono procedure di risalita che non possono essere istantanee.

Cosa insegna questa impresa ai subacquei

Sebbene la maggior parte dei subacquei non tenterà mai nulla di simile, i principi alla base dell’impresa di Kibar sono universali. Questa storia evidenzia quanto rapidamente le condizioni ambientali possano diventare critiche quando si combinano tempo ed esposizione. Sottolinea l’importanza cruciale della preparazione, della scelta dell’attrezzatura e del monitoraggio dei propri limiti.

Per chi si immerge in acque fredde, l’uso di mute stagne di alta qualità, sottomuta tecnici e accessori adeguati non è un optional, ma la base necessaria per rallentare la perdita di calore e prolungare la sicurezza in acqua. Il record di Kibar ci ricorda che, in immersione, la protezione termica e la pianificazione sono le nostre uniche vere difese contro un ambiente che non perdona distrazioni.

Fonte originale: The Scuba News

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