Affrontando correnti avverse e meduse, un giovane nuotatore ha attraversato una delle baie un tempo più ricche di squali al mondo, trovando solo un mare deserto. La sua impresa ha riacceso i riflettori sull’impatto devastante della pesca industriale.
Mossel Bay, in Sudafrica, è storicamente nota come uno degli hotspot mondiali per l’osservazione degli squali, dai baleniere di bronzo agli squali martello, fino al maestoso grande squalo bianco. Oggi, tuttavia, la realtà sotto la superficie è drasticamente diversa. Per denunciare questo declino, il diciannovenne Kane Johnstone ha nuotato per 22 chilometri lungo la baia. L’iniziativa, supportata da Project DEEP e dalla Earth Legacy Foundation, aveva l’obiettivo di accendere i riflettori sull’impatto della pesca industriale.
Quello che Johnstone ha trovato in acqua, però, non è stato il pericolo, ma un vuoto desolante: “Non ho visto un pesce. Non ho visto una razza. Non ho visto uno squalo. Non ho nemmeno visto krill — solo particelle nell’acqua e raggi di sole”.
Oltre 9 ore di lotta contro il mare
L’impresa è durata nove ore e mezza. Partito da The Point e diretto a Glentana, Johnstone ha dovuto affrontare un forte moto ondoso, correnti implacabili e le dolorose punture delle caravelle portoghesi (bluebottle). In un momento particolarmente critico, la barca d’appoggio ha registrato un avanzamento di soli 9 metri in un’intera ora a causa della corrente contraria.
Ma l’aspetto più frustrante è emerso nel tratto finale: “Qui di solito vedevamo quattro, cinque, sei squali durante una sessione di surf. Ho nuotato lungo quella spiaggia per ore… e non ne ho visto nemmeno uno”, ha raccontato il giovane.
Il vero problema: i palangari di profondità
Mentre l’attenzione dell’opinione pubblica si concentra spesso sulla predazione naturale da parte delle orche, i conservazionisti avvertono che la minaccia più grande a lungo termine è la pressione della pesca, in particolare l’uso del palangaro demersale. Questa tecnica industriale cattura migliaia di squali ogni anno e, a differenza di altre pescherie commerciali, non esiste attualmente un limite di cattura totale consentita (TAC) specifico per specie che ne regoli l’estrazione.
Gran parte del pescato viene esportato, offrendo un beneficio economico minimo al Sudafrica ma devastando gli ecosistemi marini locali. La proposta per arginare questa crisi è l’istituzione di una Shark Catch Exclusion Zone (SCEZ), un’area di divieto per la pesca commerciale mirata agli squali a Mossel Bay, che offrirebbe un rifugio cruciale per queste specie ormai decimate.
Le istituzioni rispondono
Il sacrificio di Johnstone non è passato inosservato. Subito dopo la traversata, il Direttore della divisione Oceans & Coasts del Dipartimento Sudafricano delle Foreste, della Pesca e dell’Ambiente (DFFE) ha contattato gli organizzatori per confermare l’invio di una delegazione a Mossel Bay all’inizio di marzo per discutere l’istituzione della zona di esclusione.
“Quando ho saputo che sarebbero venuti per parlare della zona di esclusione, sono scoppiato a piangere,” ha confessato Johnstone. “Significa molto di più del mio traguardo personale. Molto di più. Significa che ci hanno ascoltati”.
Un ecosistema da salvare
Esther Jacobs, direttrice del progetto per la Earth Legacy Foundation, ha ribadito l’importanza dell’incontro: “L’oceano non è solo bello da guardare, è fondamentale per la nostra stessa esistenza. Quando rimuoviamo predatori all’apice come gli squali su scala industriale, destabilizziamo interi ecosistemi, con conseguenze economiche, sociali ed ecologiche che ricadono su di noi”.
La campagna punta ora a un dialogo costruttivo tra istituzioni, scienziati e comunità locale. Nel frattempo, Johnstone guarda già al futuro: entro l’anno ha in programma una seconda traversata di 14 chilometri da Franschmanshoek a Dana Bay, l’ultimo tratto della proposta area di protezione. “Se potessi nuotare in ogni baia, lo farei”, ha promesso.


